venerdì, gennaio 27, 2006

Per non dimenticare...

Utilizzo una forma retorica per introdurre il post odierno. Per non dimenticare, l'unica strategia possibile da attuare è il ricordare.
Ricordare, ovvero rinnovare dentro noi stessi, costantemente, ciò che è successo affinché non avvenga più.
Ricoeur, nell'interpretazione di testi di Platone e Aristotele, struttura la memoria attraverso due concetti cardine: l'impronta (tupos) e l'immagine (eikon). Il primo di questi concetti richiama l'incidenza biologica della causa efficiente; il secondo, il ricordo, la rappresentazione mentale dell'accaduto.
Cosa abbiamo noi, come impronta biologica, di Auschwitz ? Notizie, informazioni giunte al nostro orecchio. Solamente questo poiché, fortunatamente, non siamo stati la generazione che ha vissuto e che è morta in quei campi di concentramento.
Come giustificare, allora, in noi l'impronta aristotelica per cui la memoria diviene atto del ricordare?
Non compio giri di parole, arrivando subito al dunque: attraverso l'azione delle tecnologie di massa.
Queste, infatti, hanno un compito morale ben preciso. Quello di ripresentare, senza ostacoli, cesure o emozioni implicite, il dato di fatto, così come documentato allora.
Fortuna volle che alcuni operatori cinematografici entrarono prima dell'esercito nella prigionia di Aushwitz, facendo vedere al mondo ciò che l'uomo era stato capace di fare. L'uomo si sentì annichilito, sconfitto nella sua umanità, pieno di collera e di sdegno, vomitando e stracciandosi le vesti.
Oggi noi abbiamo quei filmati, quelle foto, che fanno ancora male. Abbiamo ancora, in pochi casi, persone sopravvissute ai lager; persone pieni di sensi di colpa che sono riuscite a vincere anche il desiderio di terminare la propria vita intenzionalmente. Molti purtroppo, uno di questi è Primo Levi si sono dimostrati più inclini a chiudere i conti col mondo, quel mondo a cui loro, dopo l'esperienza di reclusione, non si sentivano più di appartenere.
Abbiamo, ritornando al tema centrale, la possibilità di rivivere oggi i drammi del passato. Queste, infatti, non sono solo immagini, oggetti in cui ammirare un panorama piuttosto che una bella persona, perché alla sola vista di corpi ridotti a fantasmi e ammassi di cadaveri, noi stiamo male non potendo provare altre emozioni che disgusto e orrore. Questi documenti irrimediabilmente lasciano in noi una traccia indelebile, un tatuaggio marcato a fuoco sul nostro braccio.
Acquisita l'impronta, per completare il dualismo tupos-eikon, deve esservi in noi l'inclinazione a rappresentarci mentalmente il dramma che abbiamo sperimentato, sebbene da semplici spettatori, direttamente sulla nostra pelle.
Ecco il monito del non dimenticare. L'immagine si forma solo se noi abbiamo presente cosa significa genocidio, shoa e se questo significato lo poniamo come significante della nostra vita. Come significante morale perché ciò non avvenga più, come significante educativo perché possiamo trasmettere alle future generazioni la necessità del ricordo.

giovedì, gennaio 26, 2006

notturno

Faccione di Chopin Perché forse è solo un'emozione, un sentimento anzi. La musica è ben altro, invero. Quasi un soffio divino che spinge a muoversi, a rendere conto di se stessi e di ciò che si ha dentro, a piangere e a ridere, a rimanere affascinati e attoniti come a muoversi in una frenetica danza.
Questa volta l'emozione è provenuta dall'ascolto, occasionale in un primo momento, del notturno di Chopin op. 20 in Do# minore, opera postuma. Uno di quei brani forse minori perché poveri di virtuosismi ma che rivelano un'intimità irraggiungibile.
Tale intimità è stata inoltre ampliicata dalla visione de "Il pianista" di Roman Polasnki.
Tale protagonista, pianista polacco realmente esistito con il nome di Wladyslaw Szpilman si trova, dopo mille angoscie legate all'occupazione nazista e al loro pazzo e sistematico sterminio degli ebrei polacchi, a suonare, vivo, in uno studio polacco il notturno di cui ne parlavo poco sopra.
Strana la musica. Chopin sembrava aver scritto quel brano proprio a posteriori dell'esperienza della seconda guerra mondiale. In esso vi è un'angoscia che si libera solo raramente, un basso costante e querulo, dei trilli che scuotono e livi passaggi in maggiore che sembrano ridare speranza.
Quella speranza che al momento è la musica a darci.
Regalo, a conclusione dei miei sproloqui, la possibilità di scaricare l'mp3 del notturno di Chopin, dal peso di 6 mb circa ed eseguito da Maria Pires, bravissima pianista e interprete di musica romantica.

Buon ascolto, ad occhi chiusi e mente che spazia, mi raccomando!

mercoledì, gennaio 25, 2006

A guisa di neo-borocillina C

Saluto tutti, con profondi inchini.
Durante un'interessante (talvolta capita) lezione ssis, nella mia costante distrazione, dispquisivo con una collega riguardo l'annoso problema che riguarda noi scienziati sociali, prestati alla didattica.
La questio è: "Si deve favorire il contenuto o la forma, nell'azione didattica?".
La mia collega sosteneva, in maniera abbastanza sincera e fondata sulla sua esperienza nella scuola primaria, quanto alla fine fosse importante la forma, la presentazione di ciò che si dice.
Difficile darle torto. Per molte ragioni che qui, indegnamente e superficialmente, provo a sviluppare:

  • Troppo contenuto - I ragazzi si trovano a dover gestire un overflow sempre maggiore di informazioni, spesso molto specifiche o tecniche, spesso ancora molto banali ma che fanno massa. Alcuni di loro, nella scuola primaria, arrivano già scolarizzati e abili nella lingua straniera o nell'informatica.
    Il contenuto, inoltre, tende a divenire pesante nella strutturazione del percorso di apprendimento, spesso lasciato alla completa gestione dei ragazzi.

  • Carenza di modularità - Mi riferisco alla classica trattazione cronologica oppure al sequitur pedissequo del libro di testo; non è un male, sia bene inteso, e ancora adesso anche io ho ancora retaggi positivi a riguardo. Dopotutto chi prepara un libro sa bene cosa metterci dentro.
    L'unica obiezione che potrebbe essere addotta riguarda un eccessivo determinismo nella trattazione dei temi lungo la carriera scolastica. Questo potrebbe causare scarsa motivazione e attivazione all'apprendimento.

  • Poca attrattività - I testi e i percorsi molto contenutistici spesso sono pesanti da leggere e digerire, nonché da vedere e studiare. Pieni di testo o, al contrario, colmi di figure e post-it, essi risultano spesso inconciliabili con una minima concentrazione alla lettura. Spesso inoltre, il semplice parlare, veicolo eccelso per la trasmissione dei contenuti, annoia.

  • Conoscenza? - Per portare avanti la conoscenza bisogna, guarda caso, conoscere. Noi neo laureati, abbiamo la pretesa di essere padroni della nostra materia o il sano destrutturalismo che ci è stato trasmesso ci ha resi sempre più consci dell'impossibilità di un sapere organico?


Però, è vero anche che:

  • ...e quindi? - Cosa rimane ai ragazzi di tante belle scenette/immagini/musiche/film/etc... ? Riescono veramente a capire ciò che, con linguaggi non prettamente verbali, vogliamo trasmettere loro? Riescono a superare l'empasse dei media per far attivare il proprio vissuto per finalità di apprendimento?

  • Che bello, che bello, che bello - Un certo eccesso di forma stanca, per tassi troppo alti di estetica. Stucca, per dirla in termini colti e al contempo diviene dipendenza. Serve sempre far di più, più creativo, più esplosivo, più mediatico e più ad effetto. Perché il ripetuto annoia e senza facilitatori, questi poveri ragazzi, come fanno?

  • Ciao, professore - Staccando il cordone ombelicale dell'asimmetria educativa si rischia un eccessivo e biderezionale coinvolgimento eccessivo. Si diviene necessari gli uni l'altro, inscindibili. Ci si scrivono email, ci si sente, ci si vede al di fuori dell'orario scolastico. In caso di trasferimento cosa potrebbe succedere? La classe riuscirebbe a proiettare la motivazione estrinseca di apprendimento verso un altro docente? Forse il cordone ombelicale viene solo sostituito, non reciso


Quindi? Che posizione prendere?
Non ci crederete mai e mi accuserete di ipocrisia, ma io scelgo la posizione centrale.
La famosa terza via, per intenderci. Forma e contenuto sono strettamente necessari.
Il contenuto, a mio avviso, è forse l'aspetto meno attitudinale di questo binomio. Si impara, finché la mente lo permette, anche cose nuove e le si possono padroneggiare anche solo spiegando la lezione o dialogando su tali temi con i ragazzi. Inoltre le capacità e competenze di lettura apprendimento nei professori sono (dovrebbero essere) maggiori che nei ragazzi.
La forma, al contrario, risente di una predisposizione attitudinale quasi innata.
Si sa spiegare, si sa appassionare, si sa entrare in contatto con i ragazzi e si sa distruggere-ricreare percorsi didattici. Competenze queste che possono maturare ma già esistono. Chi non le possiede o, molto peggio, pensa che tanto "basta leggere il libro cinque minuti prima e insieme ai ragazzi" dovrebbe pesarci su prima di entrare nel mondo scuola.
Avete presente la Neo-borocillina C? Gustosa all'esterno, per via dell'aroma all'arancia, ma sempre valida a livello curativo.

Resta solo un piccolo problema da analizzare.
Perché tutto questo accanimento nei confronti della metodologia pedagogica in questi ultimi anni? Noi, con i vecchi metodi, siamo o no sopravvissuti?
Sicuramente sì, bisogna vedere come.
Innanzitutto vi è un forte e sempre crescente aumento dell'analfabetismo di ritorno. Forse ci ricordiamo a memoria qualche verso di una poesia del Manzoni, ma non sapremmo certo ri-scriverla o ri-leggerla.
Poi vi è un calo drammatico di lettori dei quotidiani, segno che le attività culturali scolastiche erano limitate a quel contesto; la scuola, inoltre, non è stata quasi mai formativa in ottica umanista o progressista. Noi siamo ancorati a modelli passati, ad una tradizione pedagogica che forse neppure noi capiamo ma che ci ha formato.

La scuola quindi andava ri-pensata anche allora, come oggi.
Oggi si ha il coraggio e per taluni l'incoscienza, di farlo. L'obiettivo deve essere quello di matrice progressista critico. Progressista perché va rinnovato il futuro; critico perché non bisogna mai smettere di porci i dubbi sulle reali finalità in ottica di apprendimento.

giovedì, gennaio 19, 2006

amadeus.roma.it v2.0

Finalmente ci siamo.
Ormai da più di due anni la mia home page, www.amadeus.roma.it, ha funto da ampio portale dove raggiungere qualche progetto messo in pratica, abbandonato o mai iniziato. La stessa home page, stancamente, ha visto fiorire intorno a lei nuovi modelli e stili di scrittura, rispetto alle tecniche (alcune di esse ormai deprecate) con cui venne elaborata.
Ora invece, cosa diventerà?
Intanto diciamo che è iniziata una nuova fase del mio sito, sempre più a funzione portale. Al momento il guestbook, anche a causa del massiccio spam che ultimamente lo ha investito, è stato disattivato, così come disattivato causa ragnatele spesse come autostrade è stato il progetto RadioAm@deus.
Restano in piedi ovviamente il sito del mio coretto e questo blog così come, in forma privata e dietro password, anche il database di AC del Santo Nome di Maria.

Graficamente, la nuova interfaccia del mio portale appare chiara e luminosa, con un'ampia presenza di alcune foto, con effetto random all'aggiornamento della pagina, da me scattate o che hanno me come protagonista.
Sulla destra vi sono gli innumerevoli modi per contattarmi, se volete e con discrezione, per comunicare con me.
Più in basso vi è un piccolo box dove metterò, penso con il medesimo effetto random, alcune frasi che mi sono a cuore o che reputo importanti.

Cosa occuperà stabilmente il posto del provvisorio coming soon?
Sicuramente una serie di pulsanti, simpatici graficamente, per enumerare i progetti realmente attivi che porterò avanti, più forse qualche chicca. Ma prima di dire cose impegnative ci penso su due volte e quindi taccio per decenza.

Come ultima cosa ho attivato, in ragione del rinnovo del sito, una nuova mail: marco[at]amadeus.roma.it, che controllerò con costanza. Utilizzate anche questo indirizzo per scrivermi, se volete.

Detto ciò, saluti e abbracci, bacio ai pupi e DAJEEEEEEE!!!

mercoledì, gennaio 18, 2006

...

Maledetto 628 ti decidi ad arrivare ché sto morendo dal freddo? Piove pure...

martedì, gennaio 10, 2006

Solo a debito, mai a credito

BallaròFinito Ballarò, ormai isola felice per l'informazione nostrana, torno a scrivere su questo blog tentando di dire la mia su un tema assai impervio e che è estraneo alla mia formazione.
Non entrerò, ovviamente, nel merito delle diverse scalate effettuate da Ricucci, Consorte & co. Sono meccanismi strani, avulsi da logiche di etica comunemente intesa il cui solo fine è un mero profitto individuale; profitto, questo, incomprensibile nella sua gestione.
Ci sono però alcuni aspetti che, da uomo che lavora (in piccola parte), da figlio che vede i propri genitori pagare le tasse, da studente che ha a cuore i modelli istituzionali italiani, da cittadino rispettoso della società in cui vive, da elettore che delega il proprio potere attraverso regolari e democratiche votazioni, non mi vanno giù e che, in qualche misura, mi scandalizzano.
Questi aspetti si muovono compatti da due fronti, quello politico e quello giudiziario.
Parto dal secondo aspetto e nel frattempo mi faccio una birra Beer 2
Ricucci & Co. hanno deliberatamente rubato alle spalle dei singoli correntisti aumentando loro i costi di gestione del conto bancario.
Questa è una cosa gravissima.
Peccato però che, al di là di giuste e, spero, rigorose indagini della magistratura non vi è una forte e bipartisan indignazione. Piuttosto un semplice articolo dove prendere solamente distanze dalla persona indagata appellandosi all'ignoranza delle sue azioni.
Chi ha concesso queste operazioni, nelle diverse responsabilità, dovrebbe meritare il massimo della gogna.
Peccato che di queste cose si parli sempre meno, preferendo commenti politici dalla parte sbagliata.
La magistratura, pur nel rispetto dei diversi gradi di appello, dovrebbe rendere pubblici i nomi di chi beneficiava, godendo di un conto privilegiato, di questi guadagni. Spiccano molti nomi illustri e politici che occupano posti chiave.
Vorrei vederli tutti dimettersi e pagare di tasca loro fino all'ultimo eurocent, grandi bastardi che non sono altro.
Nell'aspetto politico vi sono esempi di vittimismo, lodevole autocritica e accuse massicce e infondate.
La sinistra, riconosceva oggi Paolo Mieli, autorevole giornalista, ha avuto il pregio di fare autocritica delle proprie amicizie. Giusto. Ben venga l'autocritica se ben condotta, come sembrerebbe, dai vertici dei DS.
Ora basta, però. L'autocritica deve essere finalizzata ad una chiarificazione interna al centro sinistra di responsabilità su cui muovere la cosiddetta quaestio morale; non può essere la giugulare offerta ad una destra sempre più ignobile e priva di ogni iniziativa seriamente politica. Purtroppo è proprio questo ad accadere.
Non penso sia stupidità quando eccessiva noncuranza degli uomini di sinistra. La stessa non curanza che ha portato, la scorsa campagna elettorale, a non avere un intelligente peso mediatico dei propri programmi, a tutto vantaggio dell'attuale maggioranza; la stessa noncuranza che, in cinque anni arrabbattati di governo non hanno portato a formulare una legge contro il conflitto d'interessi, per un'istruzione seria e non so quant'altre riforme forse abbozzate ma mai portate a termine.
La destra, come sempre e in maniera nettamente più scaltra, infierisce sull'avversario per non essere, giustamente e malamente, accusata di ogni male perpetrato in questi cinque anni e attraverso le amicizie di ritorno, queste sì. Di quelle che si contano sul proprio fondo azionistico.

Provo a concludere questo post, forse lungo e bislacco nella scrittura e nelle idee espresse.
Basta parlare di autocritica della sinistra. Torniamo a parlare di colpe e responsabilità penali. Facciamogliela pagare a quei bastardi che lucrano sul singolo e povero cittadino. Occupiamo le prime pagine dei giornali parlando di questo e basta.
Forse, sono un ragazzo forse ancorato ad una sorta di moralità implicita, che non ha bisogno di leggi scritte che le diano un regolamento.
Parlare di questione etica è doveroso purchè si sentano tutti (soprattutto a destra) moralmente responsabili di dare la risposta più corretta rivolta a quel popolo di elettori, di bastarda razza, che non sa più da che parte stare perché, signora mia, "ovunque si voti è sempre uno schifo".